Saudade

Racconto che ripercorre le strade vive dei viaggi portoghesi. Lisbona, Belém, i pescatori di sogni dell’Alfama.

L’odore del caffè mi ha raggiunto sino ai piedi del letto alle prime luci, ha intriso la coperta calda di sogni, mi ha dato il buongiorno svegliandomi. L’aroma fresco e pungente, droga per i sensi, svuotato di realtà, mi sono ritrovato al tavolino del bar di Lisbona dove Fernando Pessoa trascorreva le sue mattine. Poi, scritta l’ennesima lettera, sono sceso dal miradouro de Santa Luiza e mi sono incamminato verso Belém, confortato dalla luce riflessa delle onde di un Tago nostalgico, note colorate di saudade amica. Il Cristo re brillava al di là del fiume e benediceva le vite, ferite di questa gente appuntita, dalla lingua veloce.

Ho preso un tram, come il poeta sono andato a trovare i pescatori dell’Alfama, ho riso con loro, gesti decisi consumati dal mestiere. Di nuovo in cammino in questa città che stringo al petto come una fotografia dai contorni sbiaditi che racconta di tempi lontani. Ho comprato un giornale lungo il marciapiede all’angolo da un ragazzino dal viso stretto simpatico, ho fatto i complimenti ad una meravigliosa lusitana, accennando un portoghese zoppicante, imbevuto di azzardi linguistici. Mi sono ritrovato al Barrio Alto, ripulito dalla notte di festa, i cani fuggivano da un muro all’altro, arcobaleno di odori per il loro fiuto, camerieri stanchi dei resti di follia che hanno macchiato vetri e tavolini. A riportarmi in vita un vecchio signore con un buffo cappello che sorseggiava il suo caffè.

Ecco, sento di nuovo l’aroma carezzarmi il volto e a farmi alzare. Passi lenti da gigante, allungo i muscoli e oltre la libreria scorgo il cofanetto dove conservo all’asciutto i miei sigari, le copie dei dischi registrati e dei libri scritti che tengo come archivio personale. Ah che voglia di un sigaro all’alba al mare d’estate, passeggiando distratto, inventando l’ennesimo personaggio. Si dissolve la densa nebbia dagli occhi e suona la sirena di un nuovo giorno. Apro così “Viaggi e altri viaggi” di Antonio Tabucchi: ritrovo la lettura sospesa proprio mentre l’autore si muove nella sua Lisbona, nella Lisbona di Fernando Pessoa, nella Lisbona di tutti i Fernando Pessoa. Per Tabucchi il poeta portoghese è un faro, guida, passi da seguire perché conducono alla verità ricercata, rapito dall’essenza lusitana, una verità trovata tra i caffè letterari della capitale, il Tago e gli azulejos del miradouro.

Una verità dipinta di saudade, sentimento nascosto, enigma, riflesso dell’anima, inclinazione e disposizione a uscire da sé stessi per rientrarci, esperienza sensoriale, distillato di luce al tramonto e futuro soffocato, momenti unici dei quali sappiamo che non rivedremo la forma, consapevoli di aver toccato la bellezza, una ferita che fa male ma che viene dalla meraviglia. Non la si può spiegare la saudade, non è nostalgia e basta, dentro di sé ospita la solitudine, da cui viene il nome, c’è malinconia certamente; non c’è solo il passato, ecco spuntare il futuro. È quella nostalgia per qualcosa che vorremmo si realizzasse o quel sentimento che ci fa “mancare” il momento che stiamo vivendo proprio nel momento in cui lo stiamo vivendo. Ecco la saudade. Anch’io come Tabucchi ho contemplato la nebbia illuminata dei lampioni che danno sul Tago; mi trovavo sempre a Belém, anni fa, con Giovanni e Marino, fedeli compagni di viaggio al mio fianco.

In quel momento però ero solo, perché la saudade è un soffio solitario, è un passo nel vuoto, è una mano tesa verso di noi che ci invita a cogliere il fragile, il passeggero, la bellezza in transito, il dettaglio e l’amarezza, dolore e potenza, farli nostri in un istante. Su quella panchina che non concedeva molto alla vista la saudade era la luce debole sulle case, angolo soffuso dell’anima, periferia di un sentimento talvolta stanco, assopito, defilato. Saudade dialogo intimo, voce che sussurra dolcezze andate, rimpianto per non goderne nel futuro, è una croce da portare, specchio inevitabile dell’incertezza che l’oceano urla dal cuore del mondo.

Da quel punto mai dicibile, dall’ignoto più profondo che si concede ferendoci lo spirito, dicendo che a volte non c’è risposta al mondo, che siamo tessere di un mosaico, bagagli in bilico sul precipizio a cui è concesso il sentimento, la percezione, l’intuizione, l’amore e niente più. Forse la saudade è il migliore dei sentimenti che l’uomo può provare, o forse no, è solo un macigno in più su queste sabbie mobili che ci affogano e dalle quali dobbiamo salvarci. La saudade non ha risposta, esiste e ci dobbiamo fare i conti. Nessun giudice, nessun valore, esiste e non infrange nessuna regola. Non è per tutti, non tutti ne fanno esperienza ma questo è normale, come ogni cosa. Tutti però possono provarla, a patto che si abbandoni qualsiasi peso o zavorra, che si esca da sé, come nel vero viaggio, direbbe Franco Riva, troncando ogni ponte che ci riporta a casa, costruendone altri per proseguire, trovando un nuovo cammino per poi rientrare. Saudade impossibile, eterna, straziante e meravigliosa.

Lorenzo Cittadini

Foto copertina: ©Giovanna Pesce

http://fantastico.pro/