Quel Fantastico Viaggio

Quel fantastico viaggio e l’incontro con Eugenio Bennato nel suo studio a Napoli a settembre

Qual è il senso del viaggio? Cosa ci spinge a lasciare la nostra gente per inoltrarci alla scoperta di nuovi orizzonti?
Istinto, pura curiosità, lavoro o che altro? Non credo sia solo il piacere di abbandonarsi ad un’incertezza sempre nuova e rigenerante. Viaggiamo in cerca di casa o portiamo la casa sempre con noi? Siamo figli dei nostri luoghi, non c’è altro filtro nel viaggio. Sentiamo, viviamo, respiriamo e siamo nuovi luoghi attraverso i nostri luoghi, le nostre strade, le vie, i marciapiedi, i bar, i cortili e gli sguardi a noi familiari. I nostri luoghi rinascono ogni volta che entriamo in un nuovo paese, quando oltrepassiamo dogane e confini, province e mari. I nostri luoghi sono un faro, il nostro porto, àncora e bussola.
Li portiamo sempre con noi ma solo se sappiamo fare a meno di loro, ovvero solo se sappiamo farne spirito e anima, se vivono dentro di noi. I nostri luoghi, in viaggio per il mondo, sono l’aria che respiriamo, la condizione necessaria per capire il diverso, per sapere che c’è altro al di là delle nostre vite.

Partimmo. Silvestro, poeta musicante, Giovanna in cerca di scatti, ed io, che scrivo e canto canzoni e sono sempre pronto a partire. Stavo lì da giorni a mettere da parte distrattamente pantaloni e magliette che via via si accumulavano nel disordine sincero ed egoista di chi si prepara a partire per un lungo viaggio. Una macchina carica di illusioni, libri, dischi, una chitarra e chilometri di asfalto da consumare, tutte armi appuntite per difenderci al meglio e saper affrontare i venti e le incertezze di un viaggio nel Mediterraneo. Un viaggio di chi sapeva che si sarebbe esposto ai rischi e ad una stupenda incertezza che va solo provata.

La presentazione del nostro libro, secondo volume della collana “Quaderni Mediterranei”, era un dichiarato pretesto per viaggiare, per perdersi e ritrovarsi. Gli spettacoli in programma, gli incontri alle università del Mediterraneo, gli Istituti di cultura, i ragazzi, gli artisti, tra musica e racconti di viaggio, erano solo alcuni degli ingredienti di chi, come noi, vive questa esperienza come un libro “aperto”.

La scrittura dei Quaderni mi piace definirla una scrittura “dal vivo”. Il termine, rubato al vocabolario musicale, aiuta a comprendere la necessità di descrivere un mondo vissuto e sentito. Al giorno d’oggi un libro che ha l’intenzione di parlare del Presente deve essere un testo aperto, i cui capitoli successivi verranno scritti dalla storia, da nuove influenze, da nuove conoscenze. Per questo motivo, dobbiamo abituarci a pubblicare opere mai del tutto complete.

Direzione Napoli. Napoli era Algeri, quando Cervantes contava i suoi giorni, prigioniero senza peccato, chissà!, Napoli come il Barrio Alto a Lisbona nelle notti di festa. Napoli “che pare una puttana” diceva Sartre, nei giorni di processione come alla Feria di Málaga. Venditori di polli e poesie ai bordi della strada, ingoiati nel traffico dell’ora di punta, prede senza uscita, soffocati dal suono di mille campanelli, disorientati, alla ricerca di bellezza, nascosta, silenziosa, forse dimenticata, mummia sepolta dalla cenere millenaria del Vesuvio. Trovammo riparo nei sotterranei di un elegante palazzo del Vomero.
Tra nuvole di fumo, strumenti senza età e scartoffie, comparve Eugenio Bennato, sorriso sincero di chi conserva in tasca i chilometri della scoperta. Capitano attento e premuroso ci diede da sedere e poco dopo fece arrivare dei caffè.
Ci guardava contento, sapeva del nostro arrivo, l’assedio, l’assenza, profumo di provincia e di strade sterrate nella sua commozione. Abile spadaccino, affilava le domande e sferrava il colpo. Frizzante spuma di mare, nel ricordare musiche rinascimentali, accordando la chitarra ci invitò a salire a bordo. Era lui a condurre, sapeva dove stavamo andando.
Lo sguardo fuggiva di tanto in tanto, distratto dai rumori del circo quotidiano di una Napoli che per qualche ora fu chiusa fuori. Una finestrella che dava sulla strada, lamenti di traffico e affanno. Vagavo con la mente, ero tutto il Mediterraneo, tenevo il sole in fronte e lui lo sapeva. Le sue mani conservavano sorprese, storie di vita, bottiglie vuote, chilometri di strada e belle intese. I suoi occhi, riflessi di suoni, i colori dell’incontro, pianeti e gente da salvare.

Poi Cetara, sulla costiera amalfitana, Santa Severina in provincia di Crotone per suonare e cantare i borghi.
Di nuovo in macchina, direzione Civitavecchia. Vedemmo la nave, inghiottiti come nella pancia di una balena,
ci sistemammo trovando il nostro posto. Ci sedemmo, scrivendo sui nostri taccuini. Allucinazioni.

Mare blu, il mare di notte.
Luci blu sul ponte, che botte.
Il vino rimbalza tra il cuore e la penna,
vorrei comparisse dal nulla una donna.
I grilli del vento, cantando, scrivendo,
nel fumo che mangio, mi manchi e ti penso.
La carta ingiallita, il sapore, la vita,
mi perdo nell’orgia di un’onda ferita.

Quella notte, in nome del vino e della poesia, scrivemmo un messaggio su un ritaglio di carta. Riempimmo lo spazio e confessammo i nostri peccati. Come selvaggi, naufraghi, carichi di speranza, giocammo come vecchi romantici, migranti in cerca di una terra da abitare, un esilio da sopportare, un nuovo orizzonte da descrivere. Senza farci vedere avremmo affidato quelle righe alle correnti di un Mediterraneo da salvare, da rinnovare, con l’unica arma a nostra disposizione:
la parola.

Un nuovo giorno a bordo della nave, una madre sapiente, ci custodiva facendoci da scudo, ci avrebbe condotti al riparo del porto di Barcellona. La luce fresca, chiusi gli occhi, trattenni il cappello. Un deserto blu attorno, le onde sembravano ferite che si aprivano di continuo sulla pelle liquida, tessuto marino. Il fumo della nave denso, mozzi e ufficiali tutti al loro posto, prendendosi cura di noi nell’eroica attraversata. Poche persone si riunivano ai tavolini, solo uomini di mezza età, greci, albanesi e spagnoli del nord, chi ordinava un caffè, chi non aveva pace nell’attesa. Un uomo, occhi diluiti come vernice, tra dolore e speranza, sembrava volesse scendere immediatamente dalla nave. Poi, una donna, figura sfocata e sfumata dal sole che mi trafiggeva le pupille, bruciavano. Mi passò accanto, profumo di bucato e sapone, note di pulizia e candore.
Il suo zaino raccontava i chilometri fatti, i sandali erano prova del viaggio, il suo maglioncino intriso di sale e sapori, di notti attorno ad un falò, di uomini e musiche amati ad ogni porto. Scomparve alle mie spalle, verso poppa, nel labirinto di corridoi e portoni di quella nave, nido d’api, rifugio nel naufragio, attesa e pentimento, confessione e tradimento.

Scrivo, viaggiando in cerca di isole, nuovi punti sulla carta, mappe da decifrare. Il tempo non è un cerchio disegnato dalle lancette di un orologio o dai giorni di un calendario. Il tempo si fa storia, memoria e destino, sogno ed intuizione.
Il tempo è un pugno di coriandoli lanciati al vento, ragnatele e tessere di un mosaico da comporre. Il tempo è un porto sepolto a cui vogliamo far ritorno ogni volta che desideriamo vivere.

Arrivammo a Barcellona, salì in macchina con noi l’amico Pedro Plaza, poeta malagueño. Direzione Soria, la fondazione Antonio Machado, poi il Portogallo, Coimbra, Porto e poi di nuovo Spagna, Santiago di Compostela. Calò la notte e noi partimmo. Saragozza, passammo lenti, la sfiorammo silenziosi per non svegliarla. Strade vuote, nessuna resistenza.
Le 4.28. Arrivammo a Soria, morti di sonno, la testa un macigno, una valigia pesante trascinata da troppe ore. Anche quelle strade dormivano, nel silenzio, freddo, 8 gradi. Musiche, letture e appunti di viaggio nell’infinita ricerca di una dimora, di un pezzo di casa, di una frase o di un’alba che mi togliesse il fiato. Pensatemi perso nei chilometri distratti che passavano e che diventavano inchiostro, sangue di parole. Strade svuotate di tutto nel cuore di una Spagna che era mia, solo asfalto e successione di terra rossa fuoco e case di pietra, rovine di chiese ai bordi della ruta N-122 e osterie sempre pronte a darci da mangiare.

Amo gli spazi aperti, le distese infinite, il tutto spogliato di tutto. Oltrepassare dogane e confini porta con sé malinconia
ed incertezza. Mi sento nudo di fronte al nuovo anche se quel nuovo già lo conosco.

Lasciammo la Spagna per il Portogallo, strade strette, abbandono ed ignoto. Sentivo l’oceano al di là delle colline che si srotolavano una ad una, mangiando fiumi e ponti, paesini senza nome e gente che lavorava distratta. Una terra al confine del pensiero, dove mistero e conoscenza fanno l’amore. Gente schiva, pietre al sole, consumate dal vento millenario che dal mare immenso soffia e modella, regala e toglie. Il Mediterraneo che si fa Atlantico, acque al limite, incrocio, zona di passaggio. Mi sentivo disorientato ed innamorato, confuso nella diversità, a mio agio nella mescolanza, facevo l’amore con gli occhi, tradivo ed ero padre. Un velo di incoerenza viaggiava con me, riflesso di battaglie e conquiste, opportunità e rinunce. La strada che passava per Feira, le bancarelle e il Duero, non so chi ero, mi lasciavo trasportare da una saudade che non conosceva definizione. Pensavo al mare e vedevo ponti da attraversare, tenevo con me tutto ciò che sapevo, speranze, delusioni. Incassavo il colpo, come la gente del posto, dimenticata da un Dio infastidito dal vento, da chi è abituato al cambiamento piuttosto che al Credo. Illusioni e ferite mai curate, da lì aggiustavo il tiro e mi mettevo alla prova. Ancora più spoglio e nudo, stavo come un albero al vento in attesa della propria stagione, frutto che attende maturità, periferia di una speranza che non conosce meta. Vortice di chiaroscuri egoisti e impauriti, sacralità e blasfemia, simbolo dell’umano, ricchezza e sporcizia, immagine del doppio che vive e si nutre dentro di noi.

Il viaggio è un vento freddo, al confine dello stabilito, ti espone alle correnti e distrugge ogni tua certezza.
Amo perdermi e nell’amore tornare vergine, per godere ogni volta la mia prima volta, nervoso e romantico, perché l’amore è nudo, ti spoglia di tutto, è il ritorno all’origine. Rinasco così ancora e ancora, incrociando popoli e frontiere.

Di nuovo in Spagna. Di fronte a me la baia di Palmeira, in Galizia. Una rientranza, costa protetta e tratta in salvo dalle acque burrascose di un Atlantico vigoroso e selvaggio. Nonostante ciò, Palmeira era mediterranea nelle sue strade costiere, nel profumo di Provenza e Sardegna, con il suo tolmen di 6000 anni. Palmeira era mediterranea nei suoi pescatori e nella mescolanza, nei contrasti di un albero di limone a picco sul mare, negli umori grigio-blu che si posavano sulle case e filtravano nelle nostre ossa. Per tutto il tempo continuarono a viaggiare con me gli sguardi, le vite assorte e misteriose di uomini soli che entravano nei bar di periferia e senza salutare si sedevano. Chi afferrava il giornale e chi attendeva il proprio caffè. Uno degli ultimi giorni di viaggio, sparavano in aria i colpi per la festa di San Miguel. C’era la guerra lì fuori, successione di bombe lasciate al loro destino, le poche voci dentro al bar non resistevano all’urto e a colpi regolari venivano soffocate dalle esplosioni.

Siamo lontani e mi manchi. Oggi, 29 settembre, ricordo solo che anche ieri non eri con me.

Sulla strada del ritorno, ciao Atlantico!, viaggiammo tutto il giorno, cenammo a Burgos con jamón, queso manchego e cerveza. C’ero già stato a Burgos. Ricordi “corsari” di quando vivevo in Spagna e i chilometri non li contavo. Ripartimmo dalla Castilla y León e arrivammo a Barcellona la mattina seguente. Dall’Atlantico al Mediterraneo in 18 ore filate.
L’amico poeta Daniel Cundari ci aspettava. Ci concesse qualche ora la mattina per recuperare le forze ma noi le passammo a camminare per la città. Parc Joan Miró, Plaza de España, Carrer de Calàbria, rividi Barcellona e la spogliai di posti nuovi, ancora non visti, lontani dai riflettori, dove la gente non va. Negozi di libri usati, fruttivendoli, teteríe e bazar, profumo di buono e lavori in corso. Mi preparavo all’idea di rientrare in Italia e dar conto alla mia gente del viaggio, delle scoperte
e delle ferite che stentano a rimarginarsi. Da lontano, quando le parole sono macigni, pensai che si parte per tornare e forse non c’è molto da capire nel viaggio. Non per me, non per noi, ma per chi sa che siamo in viaggio, per chi ci accompagna con la mente ad ogni passo, in ogni paese e ad ogni mano che stringiamo. Sono i nostri luoghi, sono le persone che ci amano e che noi amiamo, sono loro che ci devono “accettare senza capire”. Così scrissi l’ennesimo capitolo di un libro che pare non avere fine.

Accettami senza capire, e non stancarti di amarmi. Si parte per tornare, il viaggio me lo insegna ogni volta che ti lascio per rincorrere nuove parole, per immaginare nuovi orizzonti e per abbattere ogni confine. Devo perdermi amore mio, ma devo portarti sempre con me, nel cuore, nella casa e nei luoghi che rivivo quando parlo con il mondo.

Accettami senza capire, come sai fare, silenziosa Penelope che da lontano curi i miei lamenti e aspetti, conti i giorni e immagini la nostra fuga. Luogo impenetrabile, materia grezza ciò che sento, mi toglie il fiato, non è dato saperlo. Tu, delicato fiore, vivi di sole e profumi di rosa. Intuisci e mi lasci fare, onda paziente, sai attendere l’arrivo a terra.

Accettami senza capire, perché il vento non può fermarsi, è sangue che scorre, stella che esplode colorando il tempo e le distanze. Io, in cerca di isole e sorprese, mi volto sempre quando sono seduto al tavolino di un bar, e spero di vederti comparire, insieme al tuo sorriso e il tuo amore senza ombre.

Accettami senza capire, perché sei l’unica a poterlo fare.

Lorenzo Cittadini

Foto copertina: ©Giovanna Pesce

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